122 Spazi periurbani da restituire alle comunità locali

In meditazione attiva mentre si materializza il mio pezzetto di terra da coltivare sul quale vivere e lavorare (se qualcuno avesse da proporre, si faccia avanti) mi piace giro-vagare in bicicletta per i luoghi che lascerò, appena possibile. Faccio fotografie, chiacchiero, penso e pubblico. L’illusione del progresso con la P maiuscola, la favola dello sviluppo con la S maiuscola e il malinteso sogno post-bellico della ricostruzione, con l’aiuto del capitalismo, hanno giustificato la realizzazione di estesi comparti industriali alle porte delle principali città e/o a

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102 Clima e dintorni

Br 500 IMG_3259Eravamo veramente in poche centinaia in Darsena il 29.11.15 per il raduno sul Clima e in più l’attenzione di tutti era principalmente rivolta alla fatidica FOTO di gruppo in posa, da pubblicare da qualche parte su FB. Parallelamente, noi che ci siamo fatte qualche chilometro a piedi sul Naviglio Grande, abbiamo incrociato le molte migliaia di persone che sfilavano strette strette davanti alle bellissime bancarelle del

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91 Festival della Permacultura a Bolsena

BR BN IMG_2821Bolsena Amena. Il Festival della Permacultura alla sua II° edizione, quest’anno ha avuto molteplice funzione di raduno simpatizzanti, diplomati, studenti in apprendimento attivo, insegnanti e appassionati e/o curiosi della materia; sede dell’Assemblea Nazionale (monca, purtroppo) dei permacultori italiani; Assemblea Plenaria dell’Accademia di Permacultura con Presentazioni di Medio Percorso e celebrazione Diploma/i; prova generale per l’EUPC2016 che qui si terrà nel 2016. Un gran

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86 Festival Permacultura II° edizione Bolsena 3/6 settembre 2015

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SIMBOLO Festival di BolsenaFestival Permacultura II° edizione Bolsena 3-4-5-6 settembre 2015

80 Sulla Fotografia

IMG_2665“(…) 28. Così, solo nell’appartamento nel quale era morta da poco, io andavo guardando alla luce della lampada, una per una, quelle foto di mia madre, risalendo a poco a poco il tempo con lei, cercando la verità del volto che avevo amato. E finalmente la scoprii.

Era una fotografia molto vecchia. Cartonata, con gli angoli smangiucchiati, d’un color seppia smorto, essa mostrava solo due bambini in piedi, che facevo gruppo, all’estremità d’un ponticello, di legno in un Giardino d’Inverno col tetto a vetri. Mia madre aveva allora (1898) cinque anni, suo fratello sette. Lui teneva la schiena appoggiata alla balaustra del ponte, sulla quale aveva disteso un braccio; lei, più discosta, più piccina, stava di faccia; s’intuiva che il fotografo le aveva detto: ”Fatti più avanti, che ti si veda”; aveva congiunto le mani, tenendole con un dito, come fanno spesso i bambini, con un gesto impacciato. Fratello e sorella, uniti fra loro, io lo sapevo, dalla disunione dei genitori, i quali avrebbero divorziato da lì a poco, avevano posato uno accanto all’altra, soli, in mezzo al fogliame e alle palme della serra (era la casa in cui mia madre era nata, a Chennevières-sur-Marne).

Osservai la bambina e finalmente ritrovai mia madre. La luminosità del suo viso, la posizione ingenua delle sue mani, il posto che essa aveva docilmente occupato senza mostrarsi e senza nascondersi, la sua espressione infine, che la distingueva, come il Bene dal Male, dalla bambina isterica, dalla smorfiosetta che gioca all’adulta, tutto ciò che formava l’immagine di una innocenza assoluta (se si vuole accogliere questa parola nella lettera della sua etimologia, la quale è “Io non so nuocere”) tutto ciò aveva trasformato la posa fotografica in quel paradosso insostenibile che lei aveva sostenuto per tutta la vita: l’affermazione di una dolcezza. Su quell’immagine di bambina io vedevo la bontà che aveva formato il suo essere subito e per sempre, senza che l’avesse ereditata da qualcuno; come ha potuto questa bontà scaturire da genitori imperfetti, che l’amarono male, in poche parole: da una famiglia? La sua bontà era per l’appunto fuori gioco, essa non apparteneva ad alcun sistema, o per lo meno si situava al limite di una morale (evangelica, per esempio); non potrei definirla meglio che attraverso questo particolare (fra tanti altri): in tutta la nostra vita comune, essa non mi fece mai una sola ‘osservazione’. Tale circostanza estrema e particolare, così astratta rispetto a un’immagine, era tuttavia presente nel volto che essa aveva nella fotografia che avevo appena ritrovato. “Non un’immagine giusta, ma giusto un’immagine” diceva Godard. Ma la mia afflizione esigeva un’immagine giusta, un’immagine che fosse al tempo stesso giustizia e giustezza: giusto un’immagine, ma un’immagine giusta. Tale era per me la Fotografia del Giardino d’inverno. (…)”.

Roland Barthes, La camera chiara