172 Povertà

Foce a delta Lena_River_Ecco un titolo che non genererà accessi: “Povertà”, di cui non piace sentir parlare, parlarne sì ma solo se si tratta dell’altrui, che genera sconforto. Lo genera se non se ne comprende la portata rivoluzionaria. Purtroppo per noi tutti o quasi, esclusi coloro che condividono le cadreghe a turno, ogni povertà è alla porta di casa oppure direttamente in casa o dietro, in giardino. Parise scriveva che la povertà fosse l’unico rimedio (articolo di giungo 1974) di contrasto al consumismo scellerato di quegli anni ma ancora così presente nei nostri occhi scavati, “(…) Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destraPovertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, 

quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”. (…)“. Siamo da allora fermi al palo ma in più adesso “anche i ricchi piangono” e frignano sulle cadreghe con le gambe incrociate e le braccia conserte. Frignano compostamente. Ma lui, Parise, si riferiva all’unica povertà misurabile di allora, quella economica e per le quali si sosteneva, mentendo, che il consumo fosse la soglia comune di raggiungimento del benessere. Sì, che si creasse una vasta base di consumatori serviva ai ricchi per esserlo sempre di più, niente di nuovo, roba vecchia. Ma sulla povertà loro si sbagliavano e aveva ragione lui, Parise, deriso dalla destra e dalla sinistra per le sue posizioni dissidenti. E scriveva anche che Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.Ma quel “saper scegliere” e “conoscere la qualità” indicano la presenza di discernimento, nozioni e conoscenze necessari per poter agire consapevolmente e che altro sono quelle cognizioni se non l’istruzione specifica necessaria all’azione consapevole? L’assenza di quell’apparato rappresenta l’ultima generazione della grande famiglia della povertà, quella che in tempi recenti è stata classificata come il dramma nazionale, ossia l’analfabetismo funzionale. Ma non finisce qui perchè prendere atto della povertà linguistica e logica, che ci coinvolge tutte/i, nessuna/o  esclusa/o, significa sapere di non sapere e non, come superficialmente si pensa, essere  crudamente realisti. Sapere e riconoscere che le disfunzionalità assillano tutte/i noi, nessuna/o esclusa/o e ciascuna/o con la sua disfunzione personale, in molti modi differenti e spesso così sottili da non essere immediatamente riconoscibili, è fondamentale. E infatti, che dire della disfunzionalità percettiva, caratteriale, empatica, sociale? Per non parlare delle disfunzioni legate alle problematiche psicologiche relative alla gestione del potere personale e di gruppo, alla dominanza, all’egopatia?  Perché non ammettere che il cosiddetto dramma, che rimane tale solo nelle condizioni in cui lo si nega e se ne piange contritamente auto-celebrando la propria presunta immunità dalla disfunzionalità sistemica, è una emergenza quasi sanitaria e sicuramente sociale? I media hanno, tra l’altro, evidenziato l’oggettiva e diffusa povertà sociale e  comunicativa,  italiana ma non solo, caratterizzata da: linguaggi e modalità aggressive, esercizio dell’indifferenza sociale, predisposizione all’attacco personale, incapacità primaria d’ascolto e molto alto, perchè non dovremmo prenderne atto con costanza e fino all’esasperazione a partire da noi stesse/i? Non riuscire ad azionarsi in tal senso evolutivo, condizione che  non dipende mai dal grado d’istruzione, comporta l’autoassoluzione egopatica dalla responsabilità della propria azione nel mondo, seppur piccolo e limitato al cortile di casa. Come andrà? Che altro? come dice un’amica. Ringrazio per aver stimolato le riflessioni. 

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