133 Alternative temporanee e visioni del mondo

Mi vien così da pensare ai riferimenti socio-culturali che giravano qualche tempo fa, quando si discuteva di macro-temi tipo anni 60 mldliberazione della donna, libertà sessuale, controllo della nascite autogestito, coppia paritetica, libere unioni in contrasto con il matrimonio e di un sacco di altre cose. Quei temi avevano come denominatore comune la trasgressione, che per qualcuno era lotta politica e quindi idea di rivoluzione, e promuovevano la libertà in contrasto allo status quo dei cosiddetti ‘poteri forti’ che si esprimevano attraverso l’omologazione ai suoi strumenti-tipo che si chiamavamo religione, sottomissione, reclusione delle donne nel matrimonio, procreazione inconsapevole e coatta, economia e finanza, posto di lavoro sicuro e fisso,

fabbrica e catena di montaggio, mutuo per la casa, macchina grande, camicia stirata, posizione sociale, casa al mare etc. etc. I rivoluzionari proclamavano il cambio di parise e la povertàparadigma in contrasto al modello chiuso della società basata sulla famiglia cattolica e sulla sottomissione femminile al maschile, costruivano comunità intenzionali, lasciavano la città per dedicarsi all’ecologia, recuperavano le tradizioni, proclamavano la rivoluzione attraverso modelli alternativi in alcuni casi molto violenti. Poi c’era il filone della non-violenza, della liberalizzazione delle droghe, dell’amore libero, del vegetarianismo, la riscoperta delle discipline orientali e olistiche in generale, la riscoperta della natura e dell’ambiente come sistema primario per la sopravvivenza di tutti. Ora a quanto pare la lotta sociale non esiste più in quanto i più si sono omologati al modello dominante e l’attenzione si è spostata sul fronte di accesso al modello. Adesso ci si sente liberi solo se si fa parte del sistema. Ora che siamo (quasi) tutti ricchi e inseriti nel modello dominante vorremmo che tutti fossero ammessi all’interno della cittadella fortificata di questo modello che di fatto, al momento, esclude i poveri (quelli veri), gli indifferenti, gli eremiti, alcune frange giovanili e altri. Non importa se quel modello ha portato ai livelli di disgregazione sociale attuale, impoverimento, abbruttimento, sfruttamento di suolo e popolazioni, non importa più perché quel modello rappresenta la ricchezza e l’imperativo sociale è l’accesso alla ricchezza. Il ‘margine’ tra povertà e ricchezza è definito dalla disponibilità di denaro, oggetto/energia-di-scambio/sponda attorno al quale si affanna la maggiore parte dell’umanità: qualcuno lo investe in opere di grande utilità ambientale, qualcuno lo fa girare in modi non visibili seppur con scopi virtuosi, qualcuno cerca di usarlo il meno possibile, qualcuno nasconde il profitto personale dietro il bene comune, qualcuno cerca di toglierlo dalle mani altrui per tenerselo, qualcuno finge che non esista, qualcuno lo usa contro qualcun altro. Il valore sociale inestimabile della frugalità è perfettamente esposto da Goffredo Parise (già pubblicato in questo Blooog 2 anni fa) ma purtroppo l’argomento non è tra i più gettonati…e così l’articolo non lo legge nessuno, vengono attratti dal titolo, che tutti condividono come fosse uno slogan perfetto, ma poi ci ripensano, non sono convinti e in fondo pensano: la cosa dovrebbe riguardare anche me! Nello scritto, Parise, polemico anche con i suoi compagni di partito, esprime il valore della povertà come strumento di controllo della nevrosi consumistica e non come stato sociale. La povertà è rivoluzionaria, non la sua integrazione nel consumismo. Ma non lo capiscono. Il valore permanente della frugalità è univoco e salutare e ha lo spessore di una visione che non scolorisce con il tempo, non esclude al contrario è inclusiva ed è accessibile a tutti. A differenza delle ideologie.

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