32 Alimentazione Rivoluzione: caccia grossa al cinghiale

alce albero terra cielo

(immagine onirica dal web)

Sollecitata da questa giornata in cui moltissimi cacciatori sono convenuti in zona (Maremma) per la odierna caccia grossa al cinghiale vado a ripescare il breve testo scritto un po’ di tempo fa sul tema della #carne di #cinghiale e proseguo nella riflessione. Non esprimo pareri ma approfondisco un disagio che monta in cuore dovendo sentire gli spari dei fucili dovendo vedere i falò che circondano i cinghiali sul limitare del bosco

prossimo alle case dovendo ascoltare le voci metalliche stridere nelle ricetrasmittenti e gli urli incitanti i miserrimi cani alla spasmodica ricerca rotolare oltre il limite sferico della foresta. Tutti suoni che ammutoliscono. Sono le parole mute della guerra lampo. La guerra lampo di oggi.

                                       Vishnu sotto forma di cinghiale    Il dio-cinghiale Gullinbursti assieme al dio norreno Freyr                                                         Vishnu sotto forma di cinghiale e Gullinbursti il dio-cinghiale norreno

A settembre scrivevo: “Recentemente mi sono trovata vicino ad Orvieto bella città visitata tempo fa durante uno dei molti giri in moto con Michele. In quella terra e da quegli amici prevalentemente onnivori mi è stata offerta carne di cinghiale che ho rifiutato ringraziando. Non soffro di mancanza gustativa né nutrizionale quindi sto bene con la mia alimentazione priva di carne animale tuttavia mi è sorto un dubbio. Autentico. E motivato direi. La dieta vegetariana-tendente-al-vegano ha un’origine nettamente etica non avendo fortunatamente subìto traumi visivi emozionali uditivi legati alla morte cruenta degli animali. Nel contesto naturalistico in cui mi trovavo la morte dell’animale poi ‘trasformato’ tramite il fuoco era molto probabilmente avvenuta in ‘condizioni di (relativo) rispetto’ ossia nel bel mezzo della boscaglia tramite colpo di fucile del cacciatore che ne ha provocato la morte avvenuta sul posto (non in un macello) alla fine di una vita libera e selvaggia. Dal punto di vista etico tutto sembra avere un senso (a parte il traffico d’armi munizioni e polvere da sparo). Teoricamente essendo soddisfatto il requisito etico avrei potuto nutrirmi di quell’animale. Invece mi è scattato il ‘no grazie’. La ‘tenuta’ del mio proposito è stata netta molto naturale e pacata. Quel ‘anche no grazie’ mi ha sorpresa da ‘dentro’ come se mi trovassi dentro l’Anima-le. Perché la carne è dell’animale. La carne è sua. Questo sentire il dolore dell’animale da dentro (empatia profonda) mi impedisce di guardare alle ‘razze’ animali selezionate dall’ uomo nei millenni come ad un traguardo di convivenza/dominio. O alle spedizioni di ricercatori che riescono ad avvicinarsi moltissimo alle specie ‘selvagge’ spianando la strada ai bracconieri. Dal netto rifiuto della carne nonostante fosse ‘ambientalmente sostenibile’ deduco che la (mia) condizione di vegetariana-quasi-vegana potrebbe essere considerata alla stregua di una delle molte condizioni di adattamento ambientale e/o culturale della specie a cui appartengo.

Oggi comprendo che le condizioni in cui quel cinghiale viene ucciso nel corso di una delle innumerevoli battute di caccia sono impressionanti. Ero irrealmente idealista quando pensavo che la morte del cinghiale nella boscaglia avvenisse in maniera ‘quasi’ sostenibile. Non c’è nessuna sostenibilità nella tecnica di caccia grossa che ho visto mettere in pratica in questi giorni. 

La ‘relativa sostenibilità’ che io immagino vedrebbe l’uomo da solo di fronte all’animale.

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