17 La mia Radice è un Fiore

La mia Radice è un Fiore

un racconto di Ebe Navarini
Rosa Alchemica

Passavamo le estati vicino al lago d’Iseo. Qualche giorno dopo la fine della scuola lei iniziava a ribaltare la casa spalancando porte e finestre facendo circolare aria. La radio era sempre accesa e la luce abbagliante si appoggiava al pavimento del balcone

prima di arrivare in casa e l’allegria sonora e dolce e colorata dell’estate contagiava tutte noi. Partecipavamo ai lavori di pulizia con i libri dei compiti sotto il braccio in modo da poterci allontanare a piacimento con un’ottima scusa. Era tutto un girare in tondo un canticchiare guardando dalle finestre sentendo i suoni che arrivavano dalla strada e dal cielo immaginando le vacanze lunghe e prosperose. Ogni tanto volavano parole e ciabatte per riportare la nostra felicità sul mondo reale ma poi di nuovo ci si trovava a volteggiare tra un piumino e uno strofinaccio. In breve tempo era tutto pronto per la nostra partenza e papà partecipava dal suo punto di osservazione. Dovevamo accatastare i nostri bagagli in anticamera in prossimità della porta e attendere che la casa venisse oscurata prima di uscire per avviarsi alla fase di carico dell’auto. Le operazioni avvenivano all’ombra della casa confinante circondata da frutteto e orto da cui arrivavano insetti e api. Indossavamo le tenute estive spesso coordinate poiché lei amava vestirci con lo stesso colore che sovente era il blu mare o il verde erba. Caricando l’auto sotto il sole caldo imparammo che non dovevamo agitarci con le api ma attendere che decidessero di cercare altrove il loro nettare poi quando finalmente l’auto era pronta potevamo considerare avviata la vacanza. Papà teneva le cassette audio vicino all’autoradio e il momento in cui inseriva la prima e partiva la musica, era davvero viaggio. Le immagini del paesaggio padano con i suoi campi lineari rigati orizzontali perfettamente suddivisi e i boschetti verdi di pioppi passavano negli occhi depositando tracce di luoghi e natura. I campi pettinati nelle due principali direzioni nei miei occhi divenivano linee ortogonali e tracciati modulari. Percorrevamo la pianura tagliandola in una linea stradale che andava nella direzione dell’acqua di Venezia e gli occhi si soffermavano sulle piccole e grandi città lontane che staccandosi dalla terra pianeggiante e avendo alle spalle le Prealpi salivano in cima alle colline con strade bianche illuminate dal sole che si perdevano nei borghi e poi nei boschi. La musica ci faceva cantare a squarciagola in coro mentre pezzi di pane e bottiglie di acqua giravano tra noi. Se percorrevamo la strada provinciale avevamo riferimenti visivi naturali e particolari urbani che indicavano la vicinanza a casa mentre se facevano l’autostrada per arrivare prima di pranzo, il segnale era lo stop al casello e pagare significava essere arrivati. Poi, dalla curva, il monticello con il monastero grigio imponente arroccato in cima si avvicinava sempre più e poco dopo potevamo iniziare a cercare per le stradine del paese volti di amici e parenti salutando dall’auto per darsi appuntamento nel pomeriggio. Il resto era dettaglio frettoloso e impaziente da svolgere velocemente poco prima di prendere le bici per andare al lago o magari al fiume. A volte lei preparava grandi ciotole di insalata di riso e con il nostro gruppo di bambini si avviava come capo-colonna giù per le stradine in rapida discesa dalle quali si sentiva il suono dell’acqua ferrosa rotolare in cascatelle e sopra i sassi arrotondati. Alti pioppi e acacie spinose profumate con alti rovi di more ci proteggevano da cadute mentre un po’ traballando sulle nostre bici arrivavamo tutti insieme rumorosamente e allegramente al fiume e lì finalmente dopo aver lasciato le bici a terra in un angolo protetto dal sole, arrivavamo all’acqua. Alle nostre spalle campi di granoturco e fiori di campo quasi fino alla riva e davanti ai nostri occhi rocce grigio-verde e bosco verde acceso sopra di esse e luce tanta luce accecante riflessa dall’acqua. Circondati dalla natura semplice e accogliente finalmente potevamo sdraiarci ed essere felici. Le piaceva moltissimo quella piccola spiaggia ed anche sapere che lì l’acqua era appena uscita dal lago con tutto il suo carico ferroso che in quel punto odorava ancora di lui ed era dolce stendersi al caldo. Facevamo merenda con l’insalata di riso seduti al sole guardando il fiume e mangiando placidamente vedendo come cambiavano i colori durante il pomeriggio. Ogni tanto all’ombra del grande pioppo lei mi sussurrava all’orecchio un motivo che aveva imparato che diceva così: J’aime deux choses: Toi et la rose, La rose pour un jour, Toi pour toujours.

Mamma e Papà

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